A “TOR VERGATA” GIORNATE DI STUDIO SULLE LEGGI RAZZIALI DEL 1938: "RAZZA/RAZZISMO"

Il Gruppo Sperimentale di Didattica Interdisciplinare dedica il primo laboratorio dell’anno accademico 2018-2019 al tema della "razza"

Si è svolto questa mattina nell’Aula Moscati della Macroarea di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” il primo laboratorio dell’anno accademico 2018-2019 del Gruppo Sperimentale di Didattica Interdisciplinare, dedicato al tema della razza, in collaborazione con il Centro Romano di Studi sull’Ebraismo e Res Viva, Interuniversity research centre for the epistemology and the history of life science.
Dopo i saluti iniziali della prof.ssa Barbara Continenza, coordinatrice dei Laboratori interdisciplinari/Moduli GSDI, che ha ricordato l'Ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali in Italia, ha preso la parola il Rettore di “Tor Vergata”, prof. Giuseppe Novelli, che ha focalizzato l’attenzione sul concetto di “razza” come invenzione del razzismo. “Il concetto di razza – ha affermato il Prof. Novelli –  non esiste in biologia e, anzi, la genetica, attraverso il Progetto genoma umano ha dimostrato che il 99,97% degli uomini ha lo stesso DNA. Le differenze genetiche nella nostra specie sono tra le più basse tra tutti i primati”. In passato lo studio delle differenze morfologiche ha portato a diverse, e spesso contrastanti, catalogazioni che sono impropriamente degenerate nelle “razze”, tutte poi smentite dagli studi della genetica. “Oggi – ha concluso il Rettore – assistiamo a una pericolosa recrudescenza del concetto di “razza” e di “suprematismo” su base razziale. Il rischio che si corre in questo tempo è che le conoscenze della genetica vengano usate per corroborare, anziché contrastare, queste tesi. Per questo recentemente anche l’ONU ha ribadito come la genetica abbia dimostrato l’inesistenza delle razze e ha condannato ogni tentativo di strumentalizzazione in tal senso”.
Il professor Gianfranco Biondi ha ripercorso la storia del concetto di razza in antropologia, ricordando come nel Seicento iniziano le classificazioni razziali su base morfologica. “La prima grande rivoluzione – ha affermato il prof. Biondi – è stata quella di Linneo che ha inserito l’uomo all’interno dell’ordine dei primati, classificandolo come Homo Sapiens e dividendolo in razze attraverso i caratteri morfologici. Nei secoli seguenti ci sarà un proliferare di classificazioni razziali, fino ad arrivare al Novecento con l’attestazione della presunta supremazia di una razza sull’altra. Dovremmo aspettare gli anni Sessanta, con l’avvento della genetica, per smentire scientificamente l’esistenza della razza”. A questi concetti si è ricollegata la prof.ssa Olga Rickards, parlando della falsificazione del concetto di razza umana: “l’evoluzione umana basata sullo studio dei geni risponde perfettamente alla storia delle ondate migratorie. Gran parte del nostro patrimonio genetico, infatti, deriva dalla grande migrazione partita dall’Africa tra 80mila e 50mila anni fa. Dall’analisi del DNA mitocondriale, ereditato dunque per via materna, è stato possibile risalire alla nostra origine unica, ovvero un singolo evento evolutivo avvenuto in Africa. Da qui abbiamo poi colonizzato le altre aree del mondo, dove si sono evolute le popolazioni.  La specie umana è caratterizzata da grande mescolamento, per cui – ha concluso la Rickards – se ci fosse stato un tentativo di diversificazione  che avrebbe potuto portare alla nascita delle razze umane questo sarebbe stato subito vanificato dall’ibridazione dei popoli”.
La prof.ssa Lucia Ceci ha introdotto la discussione sul razzismo, partendo da quello coloniale per toccare anche l’argomento dell’antisemitismo: “L’Italia, con la conquista dell’Etiopia, diviene ufficialmente uno Stato razzista. Nella Legge organica per l’Eritrea e la Somalia del 1933 la parola razza entra nel dibattito giuridico, che rende il concetto predicabile e, di conseguenza, applicabile. La legislazione razzista nelle colonie consente, a livello giuridico, il sovvertimento delle fonti di diritto e l’abbandono di ogni garantismo in materia penale, mentre nella società italiana si alza la febbre del razzismo. La legislazione antiebraica si innesta in una cultura razzista alimentata dal colonialismo, ma non è dovuta a questo, bensì opera quello che gli storici definiscono ‘un salto di qualità’, perché si collega alla questione ebraica che attraversa da secoli la storia europea”.
In conclusione la prof.ssa Simona Foà ha affrontato il dibattito sull’origine della parola razza e alcuni suoi usi negli scritti italiani, partendo dall’art. 3 della nostra Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. L’inserimento della parola razza in questo contesto fu lungamente dibattuto dai Padri Costituenti, che decisero di non toglierla per non tacere quel presunto tratto che costò la vita a molte donne e uomini: eliminarlo sarebbe stato come dimenticare le persecuzioni. “La discussione sull’etimologia della parola razza – ha concluso la prof.ssa Foà – è stata chiusa da Gianfranco Contini, il quale scoprì che razza era nient’altro che l’adattamento italiano (risalente al Duecento) del francese ‘haraz’, ovvero ‘allevamento di cavalli’ e commentò questa nuova ipotesi con una punta di ironia: se si pensa che la ‘razionalità’ della ‘razza’ ha costituito ‘l'appoggio terminologico di tanta abiezione, ferocia e soprattutto stupidità, quanto è più ricreativo avergli scovata una nascita zoologica, veterinaria, equina!’”.