Un composto naturale presente nei broccoli, nei cavoli e nei cavolfiori ha mostrato, in uno studio preclinico, la capacità di agire sia sul SARS-CoV-2 sia sulla risposta infiammatoria che contribuisce alle forme più gravi di Covid-19.
È quanto emerge da una ricerca coordinata da Giuseppe Novelli, professore ordinario di Genetica medica del Dipartimento di Biomedicina e prevenzione di Roma Tor Vergata, e pubblicata sul Journal of Cellular and Molecular Medicine. Lo studio è stato condotto in collaborazione con l'European Research Infrastructure on Highly Pathogenic Agents e con altre istituzioni italiane e ungheresi.
Al centro della ricerca c'è l'indolo-3-carbinolo, o I3C, una molecola presente naturalmente nelle verdure della famiglia delle crucifere. Precedenti studi in vitro ne avevano già evidenziato la capacità di ostacolare il rilascio del virus dalle cellule infette.
La nuova ricerca compie un passo ulteriore, valutandone per la prima volta gli effetti in vivo in un modello animale.
Per verificarne l'efficacia, i ricercatori hanno utilizzato il criceto siriano dorato, un modello capace di riprodurre diversi aspetti dell'infezione osservata nell'uomo, compresa la sindrome da distress respiratorio acuto, nota come ARDS. Gli animali sono stati infettati con la variante Delta del SARS-CoV-2 e trattati con due differenti dosi di I3C, pari a 2 e 4 milligrammi.
Alla dose più bassa, il composto ha ridotto in modo significativo la quantità di virus presente nei polmoni, ritardato la comparsa dei sintomi e limitato la perdita di peso. Il trattamento ha inoltre diminuito l'edema polmonare, cioè l'accumulo di liquidi negli alveoli, e ridotto i livelli di TNF-alfa, una delle principali molecole coinvolte nella risposta infiammatoria associata alle forme più gravi della malattia.
“I nostri dati dimostrano che l'I3C possiede un duplice meccanismo d'azione che lo rende particolarmente interessante per il trattamento del Covid-19”, spiega Giuseppe Novelli, coordinatore dello studio. “Da un lato agisce direttamente sul virus, inibendone il rilascio dalle cellule infette; dall'altro modula la risposta infiammatoria dell'organismo, riducendo i livelli di TNF-alfa e limitando il danno ai tessuti. Questa combinazione è rara e particolarmente preziosa in patologie come la sindrome da distress respiratorio acuto, dove l'infiammazione rappresenta uno dei principali fattori di mortalità”.
La dose più elevata, pari a 4 milligrammi, ha invece mostrato segni di tossicità. Un dato importante, perché indica l'esistenza di una precisa finestra terapeutica e orienta le prossime fasi della ricerca verso l'individuazione del dosaggio più efficace e sicuro.
L'interesse dell'I3C potrebbe estendersi anche oltre il Covid-19. La molecola, infatti, agisce su meccanismi cellulari utilizzati dal virus e non su un suo bersaglio specifico. Questa caratteristica apre alla possibilità di studiarne l'impiego anche contro altre infezioni respiratorie caratterizzate da una forte componente infiammatoria.
La ricerca, sostenuta dal Ministero dell'Università e della ricerca, dal progetto europeo UNDINE e dalla Fondazione Roma, pone ora le basi per le successive fasi di sperimentazione. Il prossimo passo sarà progettare studi clinici per valutare l'efficacia e la sicurezza dell'I3C nell'uomo e approfondirne il possibile utilizzo anche in altre sindromi respiratorie virali.
Il risultato è ancora preclinico, ma suggerisce un cambio di prospettiva: non inseguire soltanto il virus, ma intervenire anche sulla risposta dell'organismo che può renderlo più pericoloso.