Per la prima volta, l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata riceve direttamente un finanziamento dai National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti d'America e guida un partenariato internazionale per la ricerca sull'HIV nei bambini. Il finanziamento supera i 2,3 milioni di dollari, pari a circa 1,98 milioni di euro. Responsabile scientifico del progetto è il professor Nicola Cotugno, del dipartimento di Medicina dei Sistemi.
Finora l'Ateneo aveva partecipato a progetti finanziati dai NIH attraverso università statunitensi. Ora è Roma Tor Vergata a coordinare il partenariato e a ricevere direttamente i fondi dall'ente americano. "Questo risultato assume una rilevanza particolarmente significativa - sottolinea Nicola Cotugno - soprattutto alla luce dell'attuale contesto storico, segnato da una drastica contrazione dei finanziamenti destinati ai partner internazionali e, in particolare, alla ricerca sull'HIV. In tale scenario, esso rappresenta un contributo concreto e strategico alla salvaguardia e alla continuità delle attività di ricerca della Cattedra di Pediatria in questo ambito, consentendo di preservare competenze, progettualità e capacità di innovazione su una tematica di cruciale rilevanza scientifica e sanitaria".
Il finanziamento, assegnato attraverso il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), ammonta a 2.303.738 dollari. La concessione è stata formalizzata il 4 settembre 2026.
Il progetto, intitolato Immune Trajectories in Early Life Impacting HIV Pathogenesis and Viral Control in Perinatally Infected Children, cerca di capire attraverso metodologie all'avanguardia sviluppate presso il laboratorio di Immunologia Pediatrica ddi cui è responsabile il professor Paolo Palma, come le difese immunitarie e le caratteristiche genetiche nei primi mesi di vita influenzano la capacità dell'HIV di persistere nell'organismo e fornendo importanti indicazioni sulle possibilità di tenerlo sotto controllo. La ricerca riguarda bambini che acquisiscono l'infezione durante la gravidanza, il parto o l'allattamento e che vengono trattati precocemente con terapia antiretrovirale.
“Questo primo finanziamento diretto dei NIH affida all'università di Roma Tor Vergata il coordinamento di un lavoro che mette insieme competenze e campioni biologici raccolti in anni di ricerca sull'HIV pediatrico — dichiara il professor Cotugno —. Possiamo utilizzarli per ricostruire il rapporto tra il virus e le difese immunitarie fin dai primi mesi di vita. Ci interessa distinguere e comprendere come le risposte contro HIV, o altre infezioni perinatali (come il CMV) o vaccinazioni favoriscano la persistenza del virus. Capire questa differenza può indicarci su quali meccanismi intervenire con nuove strategie terapeutiche”.
Nei primi mesi di vita il sistema immunitario è ancora in formazione. Le terapie antiretrovirali, cioè i farmaci che impediscono al virus di moltiplicarsi, migliorano gli esiti clinici quando vengono iniziate precocemente. Non impediscono, però, all'HIV di formare dei “serbatoi” o “reservoir”: cellule nelle quali il virus rimane anche durante il trattamento.
Se la terapia viene interrotta, l'HIV torna a moltiplicarsi.
L'ipotesi dei ricercatori è che le prime risposte all'infezione lascino un'impronta sulle difese immunitarie, con effetti che durano nel tempo. Il progetto studia anche i meccanismi epigenetici: processi che regolano quanto sono attivi i geni, senza cambiare la sequenza del DNA, e influenzano il funzionamento delle cellule.
La ricerca utilizzerà campioni biologici già raccolti e conservati, provenienti da due coorti di bambini con HIV, chiamati EARTH e PENTA11. Nello specifico, il progetto EARTH è stato sviluppato nell'ambito del consorzio EPIICAL, di cui Tor Vergata è già stata centro collaboratore. Il consorzio, sviluppato da
Il primo obiettivo è capire quali caratteristiche epigenetiche sono legate alla formazione di serbatoi di HIV più piccoli o più grandi o maggiormente predisposti a iniziare la replicazione virale. I ricercatori studiano due tipi di cellule, le natural killer e i monociti, che partecipano alla prima risposta contro le infezioni. Ne esaminano il funzionamento e analizzano i meccanismi che regolano l'attività dei geni nelle cellule immunitarie. Confrontano poi queste informazioni con la quantità e le caratteristiche dell'HIV che persiste durante la terapia.
Il secondo obiettivo è capire se altre infezioni e, nei bambini che l'hanno ricevuta, la vaccinazione BCG contro la tubercolosi cambiano le difese immunitarie in modo da favorire la persistenza dell'HIV. I ricercatori studiano come questi stimoli modificano le cellule di difesa e i livelli di infiammazione, e se tali cambiamenti aiutano l'HIV a rimanere nell'organismo.
Il terzo obiettivo è verificare se le caratteristiche associate a serbatoi di HIV più piccoli nel gruppo EARTH si ritrovano anche nel gruppo PENTA11. In questo secondo gruppo, la terapia è stata interrotta in passato sotto controllo medico. I ricercatori confrontano i campioni raccolti prima della sospensione con i dati su ciò che è accaduto dopo. Cercano così di capire se alcune caratteristiche delle difese immunitarie e della regolazione dei geni possono aiutare a prevedere in quali bambini il virus torna a moltiplicarsi più lentamente e raggiunge quantità più basse nel sangue.
Mettendo insieme i risultati, i ricercatori cercano di individuare caratteristiche biologiche che aiutino a prevedere il comportamento dell'HIV quando la terapia viene interrotta. Studiare questi meccanismi può inoltre indicare nuove strade per rafforzare le difese naturali dell'organismo contro il virus.
Alla guida del partenariato internazionale, Roma Tor Vergata affronta così una domanda che lega i primi mesi di vita al futuro dell'infezione: quali cambiamenti lascia l'HIV nelle difese immunitarie ancora in formazione e su quali di questi è possibile intervenire per sviluppare nuove terapie.
a cura dell'Ufficio Stampa d'Ateneo