Ci sono libri che non appartengono soltanto al tempo in cui sono stati scritti. Restano in attesa. Attraversano i secoli, cambiano luce, tornano quando il presente è pronto, o costretto, ad ascoltarli.
È il caso di The Last Man, il romanzo pubblicato da Mary Shelley nel 1826, al centro dello studio e della riflessione critica di Elisabetta Marino, professoressa ordinaria di Letteratura inglese presso il Dipartimento di Storia, patrimonio culturale, formazione e società dell'Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
Conosciuta soprattutto come autrice di Frankenstein, Mary Shelley consegna con The Last Man un'opera visionaria, radicale, sorprendentemente attuale. Un romanzo che immagina un'umanità esposta alla paura della fine, alla solitudine, alla fragilità dei legami, alla necessità di ripensare il rapporto tra individuo, comunità e mondo naturale.
Ma il punto, nello studio di Elisabetta Marino, non è soltanto riscoprire un classico meno noto. È mostrare perché quel classico torni oggi a parlarci con tanta precisione.
La sua lettura prende avvio da una parola chiave: connessione. Connessione tra lingue, culture, individui. Tra viaggio e conoscenza. Tra letteratura e mondo. Tra esseri umani e natura. Una parola che, nel confronto con The Last Man, non resta astratta: diventa una chiave critica per leggere isolamento, diffidenza, paura dell'altro e crisi dei legami.
Questa riflessione è al centro dell'editoriale “Only connect!”, firmato da Marino e pubblicato nell'ultimo numero di UniNews dell'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, rilanciato anche dal Keats-Shelley Memorial House. Un contributo che intreccia letteratura, lingue, culture e contemporaneità, restituendo a Mary Shelley una voce capace di parlare ancora al nostro presente.
Il romanzo di Mary Shelley, nella prospettiva proposta dalla professoressa, non racconta semplicemente un mondo che finisce. Interroga ciò che tiene insieme una comunità quando le certezze vengono meno. Chiede che cosa resta quando il futuro si incrina, quando la fiducia si spezza, quando la natura non può più essere trattata come sfondo muto delle azioni umane.
È qui che The Last Man smette di essere soltanto un'opera dell'Ottocento e diventa una domanda rivolta al presente.
“The Last Man ci riguarda perché mette al centro il principio della connessione: tra esseri umani, culture, natura e futuro. Mary Shelley ci ricorda che isolamento e diffidenza sono mali ancora persistenti e che solo riconoscendo l'interdipendenza tra le forme di vita possiamo immaginare una speranza per il domani”, sottolinea Marino.
È qui che lo studio acquista la sua forza più attuale: la letteratura non viene trattata come un patrimonio da commemorare, ma come una lente per leggere il presente. Nella lettura della professoressa Marino, The Last Man non parla soltanto di una fine possibile. Mostra cosa accade quando si spezzano le relazioni, quando il rapporto con la natura diventa dominio, quando una comunità smette di riconoscersi come parte di un destino comune.
Per questo Mary Shelley torna a parlarci oggi: perché dietro la visione apocalittica del romanzo non c'è solo la paura della perdita, ma la domanda più urgente, quella su ciò che può ancora tenerci insieme.
La ricerca umanistica mostra così la sua forza più viva. Non conserva semplicemente i classici: li riattiva. Li rimette in circolo. Li porta fuori dalla pagina e li restituisce al dibattito culturale, dove possono ancora produrre senso.
In questo percorso si inserisce anche la mostra “A World on the Verge: Mary Shelley's The Last Man”, ospitata al Keats-Shelley House di Roma e aperta fino al 21 novembre 2026. L'esposizione vede il contributo di Ella Kilgallon, Director of the Keats-Shelley House, Luca Caddia, Deputy Curator della KSH e della professoressa Marino, guest curator. Nell'accompagnare il bicentenario della pubblicazione del romanzo ne valorizza la forza visionaria, portando nello spazio pubblico una riflessione che nasce dalla ricerca e torna alla comunità.
Al centro resta una domanda semplice, ma radicale: perché leggere oggi The Last Man? Perché i classici non sono immobili. Aspettano. Cambiano luce. Tornano quando il tempo li rende necessari. E nel lavoro della professoressa Marino, Mary Shelley torna a parlare proprio da qui: dal punto in cui letteratura, ricerca e presente si incontrano. Dal punto in cui capire un testo significa anche capire meglio il mondo che abitiamo.
Crediti fotografici: Marco Parolin
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a cura dell'Ufficio Stampa di Ateneo